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2a domenica di Avvento: i figli del Regno

Una domanda che si ripete

Che cosa dobbiamo fare?”. Chissà quante volte anche noi, dai più giovani ai più anziani, ci siamo chiesti cosa dovessimo fare in una determinata situazione e abbiamo chiesto ad altri cosa dovessimo fare, almeno secondo loro. È la domanda che mi sento rivolgere spesso da molta gente: secondo lei, cosa devo fare? Esattamente come accadde a molti che andavano da Giovanni il Battista sulle rive del Giordano.

Scegliere il bene

La risposta di Giovanni è molto chiara. A tutti egli chiede di fare del bene. Cosa che riteniamo abbastanza ovvia, ma anche cosa assai impegnativa. Giovanni si cala nelle situazioni di coloro che domandano e a tutti risponde in modo molto concreto e molto diretto, per indicare cosa significhi fare il bene nel vivo delle loro situazioni. Soprattutto emerge con chiarezza anche un’altra dimensione: l’invito a scegliere le cose umili, piccole, alla portata di tutti; l’invito a non apparire, a non mettersi in mostra, a non cercare di valutarsi più di quello che si è. Inviti molto chiari ed anche molto coraggiosi, perché inviti che sanno rimandare la gente ad un unico criterio: andare controcorrente. Non pensare a sé, pensare agli altri, non cercare di ottenere privilegi per sé, ma condividere quello che si è e quello che si ha con gli altri, è la regola chiara e anche chiave di Giovanni.

Per noi

Anche voi cercate di amare l’Avvento, come dicevo la scorsa settimana; ci è chiesto di scegliere il bene che è alla nostra portata:

  1. Amando le cose piccole. Lo diciamo molto spesso, ma poi non lo facciamo. Non abbiamo il coraggio di tendere alle cose piccole e tutti, in qualche modo, cerchiamo di emergere, di fare le cose più belle e più grandi che ci sono possibili. Anche per questo Natale ci viene chiesto di contemplare l’umiltà del presepio e, quindi, le cose piccole che sanno fare solo coloro che hanno il cuore attento al mistero di Dio che si rivela. Ecco il richiamo alla Parola senza la quale diventa non solo impossibile, ma perfino assurdo pensare alle cose piccole da compiere e da fare ogni giorno.
  2. Accontentandoci di quello che siamo e di quello che abbiamo. La parola “accontentarsi” ci suona male; tutti noi esigiamo, miriamo alle cose più alte possibili, tanto che il sentirci raccomandare di accontentarci di quello che c’è, ci sembra già quasi una indicazione fuori tempo, fuori misura, fuori luogo. Chi impara ad accontentarsi, non sminuisce quello che è ed evita di mirare a cose troppo grandi. È un’indicazione di saggezza quella che viene dal Vangelo che, certamente, ci fa bene e ci richiama alla verità della nostra stessa esistenza.
  3. Rimanendo in attesa. L’atteggiamento dell’attesa, già richiamato la scorsa volta come inizio dell’Avvento, deve, però, rimanere. Abbiamo appena iniziato ad attendere. L’Avvento è ancora lungo e il desiderio di Dio che plasma il gusto dell’attesa e la tensione che si deve generare in essa, è ancora molto lungo. Rimanere in attesa significa continuare a vigiliare. Rimanere in attesa significa rimanere in tensione spirituale, perché sappiamo bene che il nostro compimento non viene da noi ma ci viene dato da un Altro, da Dio che veglia sempre sul cammino di ogni uomo.

Il Vostro Parroco,