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XIII dopo Pentecoste

Uno sguardo sul tempo liturgico

Entriamo nella seconda metà del mese di agosto. Dopo l’Assunta ci pare che le vacanze stiano volgendo al termine, anche se ci sono molti di voi che si apprestano a partire proprio in questi giorni per la prima volta. Liturgicamente celebriamo l’ultima settimana dopo Pentecoste, prima di entrare nella settimana che ricorderà il martirio di San Giovanni Battista che, come sappiamo, rappresenta un vero spartiacque nel calendario ambrosiano.

La provocazione del Vangelo

A provocarci, oggi e in questa settimana d’estate, potrebbe essere la figura del centurione. Uomo di esercito, uomo di comando, uomo che aveva già un certo “potere”.

Eppure, uomo connotato da una grandissima umanità. Egli tratta bene i suoi dipendenti, si informa di loro, si interessa della loro salute e, come dimostrato nel caso del Vangelo di oggi, si dà da fare quando qualcuno viene stretto dai legacci della malattia.

Non solo. È un uomo religioso e di ampie vedute. Da romano vive la religiosità dei romani, magari in modo formale, distaccato, ma sente parlare di Gesù e cerca un contatto con lui, avendo sentito la sua fama di guaritore.

Non solo. È anche un uomo che sa attendere e che non vuole disturbare. Egli attende che Gesù dica solo una parola, senza pensare che egli debba scendere a casa sua, come, invece, Gesù si apprestava a fare. Un uomo che, in questo modo, si professa profondamente religioso. Egli sa che Dio è Signore del creato. Per questo, sentendo la fama di Gesù e vedendo la sua disponibilità concreta, chiede che egli agisca “a distanza”. Gli basta questo, non chiede altro.

Per noi

Una fede fortissima, in fondo, quella del centurione. Un uomo che non osa disturbare Dio e che si rimette completamente alla sua volontà. Una fede che la Chiesa ha, da sempre, ritenuto così grande tanto da far entrare la preghiera di quest’uomo nel canone della Messa. Proprio poco prima della Comunione, noi tutti ripetiamo le sue parole.

Parole che ci ricordano che noi, in verità, siamo sempre indegni di ricevere il Corpo di Cristo. Anche quando siamo preparati al meglio, di per sé, la nostra vita non è mai adatta a ricevere quella di Cristo. È il Signore, che dice “una parola” buona per noi, che ci rende adatti ad ospitarlo. È il Signore che entra nel nostro cuore di sua volontà per renderlo adatto a quell’ascolto interiore che cambia la vita. È il Signore che penetra nella coscienza e la rende sua alleata, sua amica. Così come ha fatto per il centurione, Gesù viene ad abitare anche in noi con i segni della sua presenza, come, quel giorno, segno della sua presenza fu il miracolo del servo guarito.

Chiediamo anche noi questa grazia. Non solo oggi. Ogni volta che veniamo a Messa, ogni volta che riceviamo la S. Comunione, chiediamo la grazia di essere “inabitati” dalla Sua presenza, dal Suo Amore, dalla sua Luce. Potremmo esprimerci in modi diversi, tutti però tesi a dire che quando il Signore entra nella nostra anima, nella nostra coscienza, davvero si vedono i suoi effetti di grazia, che sono sempre molteplici e profondi.

Valorizziamo l’Eucarestia, valorizziamo, in essa, il gesto della S. Comunione. Se Dio abiterà in noi, quali grazie ci saranno concesse!

Il Vostro Parroco,