I giovani chiedono «maestri di speranza», come li ha definiti papa Francesco: lo sottolinea don Carlo De Marchi, della pastorale giovanile dell’Opus Dei, in un articolo, che riproponiamo, pubblicato lo scorso 30 agosto sul sito del quotidiano “Avvenire”.

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Papa Francesco non era ancora decollato da Lisbona e in tanti già offrivano chiavi di lettura, interpretazioni e critiche di ogni tipo sul popolo della Giornata mondiale della gioventù. Invece uno dei commenti che ho sentito ripetere dai ragazzi e dalle ragazze che ho incontrato durante e dopo la Gmg è stato: ho bisogno di tempo per riflettere, l’esperienza è stata molto intensa. E basta dare un’occhiata ai reel e ai post pubblicati sui social nelle settimane successive per accorgersi che questa riflessione è per i giovani un lavoro ancora in corso. Wordsworth diceva che la poesia è un’emozione ricordata nella tranquillità. Con parole più attuali potremmo dire che l’esperienza della Gmg di Lisbona non si riduce all’emozione raccontata in una storia pubblicata in diretta.

Tra le ultime parole rivolte dal Papa ai giovani c’è stata questa raccomandazione a proposito dell’esperienza che stavano vivendo: «fatene memoria, fissate nella mente e nel cuore i momenti più belli», per quando arriveranno fatica e scoraggiamento. Allora non si tratterà solo di riaccendere emozioni ma di ravvivare «le esperienze e la grazia di questi giorni, perché – non dimenticatelo mai – questa è la realtà, questo siete voi».

Ho domandato a molti giovani qual è stata l’emozione più forte e le risposte più frequenti sono state due: l’incontro con tanti ragazzi e ragazze che ci hanno fatto accorgere di non essere soli e strani, e poi il silenzio dell’adorazione eucaristica durante la veglia di sabato 5 agosto: «un milione e mezzo di giovani in silenzio! Fortissimo, non me lo sarei mai aspettato», mi diceva un ragazzo (e sottolineo per inciso il paradosso e l’attrazione di un’emozione silenziosa).

In queste settimane mi domando spesso cosa dicono alla Chiesa questi giovani che hanno invaso il Portogallo con allegria, amicizia, spirito di sacrificio, canti e preghiera. Si tratta anche per me di una riflessione in corso e direi innanzitutto che questi giovani chiedono una Chiesa che creda in loro. Chiedono ascolto e accompagnamento, perché l’invito del Papa a «non avere paura» può essere convincente solo se ognuno di loro troverà chi lo aiuti a coltivare le domande profonde che ha nel cuore. Chiedono persone che li ascoltino e li accompagnino. E qui mi viene in mente un punto forse decisivo: questo accompagnamento è compito di tante persone diverse, non solo di sacerdoti o di “specialisti”.

I giovani chiedono ascolto in famiglia, cioè tempo e attenzione vera da parte dei loro genitori. Chiedono insegnanti capaci di aiutarli a scoprire i loro doni e le loro passioni. Hanno bisogno di amici coetanei e poco più grandi di loro, che mostrino una via percorribile e una mano che li «aiuti ad alzarsi» tutte le volte che cadono. Chiedono «maestri di speranza» (così li ha definiti il Papa), persone mature e anziane che mostrino con l’esperienza che esiste una luce alla fine di qualsiasi tunnel. Hanno bisogno di sacerdoti, consacrati e laici capaci di accompagnamento spirituale regolare.

I giovani della Gmg cercano una Chiesa che sia una «famiglia di famiglie» capace di accompagnare e di far sentire a casa ogni persona. Nel 1922 Guardini annunciava «il risveglio della Chiesa nelle anime» (sebbene poi riconoscesse di essersi entusiasmato troppo presto). Sarà il 2023 l’anno in cui si ricorderà un nuovo risveglio della Chiesa in tutti, ma proprio tutti i fedeli? Questa speranza si è accesa in un milione e mezzo di giovani.

Carlo De Marchi