Alla vigilia della beatificazione, in programma domani, domenica 4 settembre, di papa Luciani, proponiamo un suo efficace ritratto firmato dal cardinale Angelo Scola, che è stato fra i successori del pontefice di Canale d’Agordo come patriarca di Venezia.  Ripubblicato oggi dal quotidiano “Il Foglio” (p. 18), il testo è tratto dal volume Il postino di Dio. Albino Luciani – Giovanni Paolo I (Ares, Milano, 2022), curato dal giornalista Nino Scopelliti e contenente anche la preziosa testimonianza del papa emerito Benedetto XVI.
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Sufficit gratia mea (2Cor 12,9): ti basta la mia grazia. La perentoria assicurazione data da Gesù a Paolo ha esercitato una potente attrattiva sulla mia persona fin da quando ero ragazzo. Perché, altrettanto profondamente, l’ho sentita rivolta a me. Dunque il dono (la vita, l’incontro, la vocazione) che ho ricevuto da Lui ha l’esauriente ed esaustiva capacità di compiere il mio io…!

Su questa promessa di Cristo mi sono affidato nel rispondere alla chiamata al ministero presbiterale prima e a quello episcopale poi, come dice il motto da me scelto: Sufficit gratia tua.

Non penso di sbagliare dicendo che in queste parole c’è anche la radice della povertà di Albino Luciani. E la sua spiegazione esauriente.

Nel dicembre del ’58, all’inizio del suo ministero episcopale, egli spiega così il motto Humilitas scelto per il suo stemma: “Io sono polvere; la insigne dignità episcopale e la diocesi di Vittorio Veneto sono le belle cose che Dio s’è degnato scrivere su di me; se un po’ di bene verrà fuori da questa scrittura è chiaro fin da adesso che sarà tutto merito della grazia e della misericordia del Signore”. Un altro modo per dire: mi basta la Tua grazia.

Con altrettanta potente semplicità san Paolo dà la ragione di questa posizione umanamente così vertiginosa: “La forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12,9b). E’ un paradosso, ma il paradosso è la cifra del cristianesimo, che si fonda sul mistero dell’incarnazione. Per amore di ogni uomo Dio, l’Onnipotente e Infinito Signore, “Colui che dà a tutti la vita e il respiro a ogni cosa” (At 17,25), si è “rimpicciolito” (abbreviato, dicono i Padri), fino a farsi bambino nel grembo di una donna. “Da ricco che era, si è fatto povero per voi” (2Cor 8,9).

Dunque la povertà di Papa Luciani ha origine prima che da ogni altra condizione personale – familiare, socio-economica – da questa osmosi profonda e totale con Cristo Gesù. Dal suo essere per, dalla sua comunione con il Padre, nello Spirito Santo, offerta ad ogni uomo.

Per questo von Balthasar può parlare addirittura di povertà della Trinità! “Tutta la divina Trinità è nella beatitudine povera poiché nessuna ipostasi divina ha qualcosa per sé sola, ma ha tutto solo nello scambio con le altre”.

La povertà di Papa Luciani dice prima sovrabbondanza che mancanza. Nasce dal suo riconoscersi sempre come un “a-donato”, per usare l’affascinante parola con cui il filosofo francese Marion definisce la condizione dell’uomo.

Da qui il binomio povertà-letizia. Che non ha bisogno di evacuare il dramma o la lotta, anche aspra, contro il male, in tutti i suoi multiformi attacchi. “Affinché non sia resa vana la croce di Cristo” (1Cor 1,17).

Al di là dell’immagine stereotipata che spesso i media ne hanno dato, nella figura di Luciani non manca la dimensione drammatica. Nessun uomo può vivere a costo zero. Come è insufficiente la definizione di “Papa buono” per Giovanni XXIII, così è inadeguata quella di “Papa del sorriso” per Giovanni Paolo I.

Ogni virtù in Albino Luciani è sostanziata dalla sua fede semplice ed adamantina che gli fa riconoscere in ogni situazione la chiamata amorevole del Padre. Dalla risposta a questa chiamata scaturisce in lui la consapevolezza che la vita in quanto tale è vocazione. Nella variopinta trama delle circostanze e dei rapporti la mano forte e amorevole di Dio Padre tesse progressivamente, con l’ordito degli affetti e del lavoro, l’esistenza del cristiano. A partire da questo sguardo commosso sul Padre, tenace vigore di ogni cosa, imparato fin dal grembo materno – quello della sua famiglia e quello della parrocchia – Albino, matura una consapevolezza e un sentimento di sé che lo porteranno a scrivere: “Noi cristiani siamo i figli della speranza, siamo lo stupore di Dio”. Accenti “mariani” che richiamano il Magnificat.

Solo uno sguardo che sa riconoscere in ogni frammento di realtà l’Origine, dà all’uomo la possibilità di conoscersi veramente, nei propri pregi e nei propri limiti. La povertà di Albino Luciani incomincia in questa realistica percezione dell’umano. “Io sono polvere…”: un uomo che vive così può apparire a molti indifeso. Invece, paradossalmente, riesce a disarmare i potenti e perfino a confondere gli orgogliosi. In ogni caso un simile “umile cristiano” diventa autorevole. Basti pensare agli accurati e penetranti consigli offerti dal Patriarca Luciani ai politici, nell’immaginario scambio epistolare con san Bernardo, uno dei più gustosi capitoli di Illustrissimi.

O, ancora, basta leggere le quattro Catechesi del mercoledì di quel singolare settembre del 1978 per vedere come la povertà e umiltà aprano la porta della fede, della speranza e della carità. Attingendo con libertà e sagacia al ricco scrigno della tradizione e attraverso citazioni di santi e letterati – da Dante a Trilussa, da Agostino a Ozanam, da Francesco di Sales a Pietro Claver – Giovanni Paolo I introduce i fedeli alla fede semplice e costante che “fa” l’autentico cristiano.

La certezza che il disegno di Dio regge tutta la storia e che la vita stessa è vocazione – i due pilastri portanti dell’umile fede da cui Albino Luciani derivò l’equilibrata consapevolezza di se stesso – non sarebbe ancora fino in fondo illuminata, se non considerassimo anche il riverbero nella sua persona di quel tratto irrinunciabile che profila il volto di ogni personalità cristiana matura. Mi riferisco alla missione.

E’ qui in gioco tutta la missione petrina per la quale Dio prepara ogni successore del principe degli Apostoli, fin dal suo concepimento. Gesù ci dice che questa missione è comprensibile solo a partire dall’amore. “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?” (Gv 21): per affidargli il compito di guida Gesù non chiede a Pietro doti o risorse particolari, neppure quella dell’impeccabilità. Non si dà vera autorità, a nessun livello – familiare, educativo, sociale, politico o religioso – se non a partire dall’amore. L’amore soltanto, infatti, può muovere la libertà dell’altro e farlo crescere. E la crescita della persona e del popolo definisce in modo esauriente la missione dell’autorità (auctoritas da augeo, “far crescere”).

All’origine di ogni missione cristiana sta l’amore redentore del Signore Gesù. Un amore assoluto, cioè libero da qualunque condizione previa. Un amore del tutto gratuito perché resta fedele anche quando l’altro si allontana. Potremmo, ancora una volta, qualificarlo come povero.

Ma la grazia, che è Gesù Cristo stesso, chiama sempre la libertà di ogni uomo a coinvolgersi. “Il gondoliere fa corpo con la sua gondola; non si muove di movimento proprio; si lascia invece muovere dal movimento della gondola in cui si trova”: così il Patriarca Luciani, facendo ricorso alla sua straordinaria forza comunicativa, descrive il metodo della sequela Christi nell’Omelia della solenne Festa del Redentore a Venezia l’anno stesso della sua elezione pontificale.

Saldamente convinto che uno dei suoi primi compiti come pastore fosse l’unità del popolo di Dio, Luciani era molto esigente con se stesso nell’obbedienza e domandava obbedienza ai suoi figli, soprattutto ai sacerdoti. Anche se questo non si verificò sempre senza problema, in lui tale “esigenza” scaturiva da un acuto senso della Chiesa. Un sentire cum Ecclesia che gli permetteva di coglierne in profondità la natura “misteriosa e insolita” pluriforme nell’unità, carismatica perché istituzionale, comunionale perché saldamente ancorata al principio petrino. In un incontro con i preti veneziani del 1976, il Patriarca Luciani affermò: “In questi tempi difficili stare col Papa, difendere il Papa è più sicuro”.

Quando poi toccò a lui, Giovanni Paolo I fu ben consapevole della gravità del compito affidatogli dalla Provvidenza e, soprattutto, di quale fosse l’atteggiamento con cui doveva eseguirlo. Nel discorso al Clero romano del 7 settembre 1978, egli richiamò la sentenza di Agostino: Praesumus, si prosumus: noi vescovi presiediamo, se serviamo. Il ministero ordinato si attua nell’immedesimazione libera e piena a Gesù, Buon Pastore, che dà la vita per le Sue pecore. Questa incessante tensione ad essere una cosa sola con Cristo per il bene della Chiesa fu immediatamente ravvisata dal popolo cristiano sul volto di Papa Luciani, nei brevi giorni del suo pontificato. Nonostante i sempre più frequenti messaggi di segno contrario del pensiero oggi dominante ogni uomo percepisce che non v’è amore senza dono totale di sé.

Il paradigma più imponente e scandaloso, in senso paolino, di questo è il Crocifisso. Il Figlio di Dio incarnato svuotò se stesso (exinanivit. L’aggettivo latino inanis significa proprio vuoto) morendo sul palo ignominioso della croce. Il vertice della povertà è l’offerta totale di sé per amore dell’altro, per la salvezza di tutti gli uomini.

In conclusione, approssimandoci al giorno stabilito per la beatificazione di Albino Luciani, vale la pena richiamare alcuni capisaldi dell’insegnamento della Chiesa sulla santità. Con linguaggio a noi più familiare possiamo dire che il santo è una persona riuscita, in quanto ha praticato i fondamentali dell’umana esperienza sintetizzabili nelle virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. In lui queste virtù sono rette e sorrette da una grande fede, da un’energica speranza e da una fattiva carità. In particolare Luciani le ha personalizzate con i colori dell’umiltà e dell’obbedienza. Umiltà, nel suo senso etimologico, intesa come lo stare aderenti al suolo e quindi l’aspettarsi tutto dall’alto, e obbedienza come il segreto di questa attesa. Lungi dall’essere contro la libertà, l’obbedienza è l’alveo nel quale la libertà può scorrere ed irrobustirsi. Lo si coglie luminosamente ripercorrendo gli scritti di Albino Luciani, soprattutto quelli catechistici e quelli pastorali. Essi lasciano emergere come il cemento che tiene unite umiltà e obbedienza sia la libertà dei figli di Dio. Umiltà, obbedienza e libertà sono le condizioni che rendono possibile lo stupore di Giovanni Paolo I di fronte alla presenza dolce e amabile di Gesù. Quanto di più lontano da un facile buonismo. In lui umiltà e obbedienza – cioè la virtù evangelica della povertà dello spirito – sono l’esito di una libertà sempre vigile, sempre tesa a ridire in ogni atto, in ogni circostanza, favorevole o sfavorevole, il suo sì a ciò che la Provvidenza domanda.

Nel primo messaggio indirizzato ai veneziani il 15 dicembre 1969 il neo Patriarca Luciani scriveva: “Il Santo Padre ha pensato a me come successore del compianto Cardinal Urbani. Dopo qualche esitazione ho accettato. Che il Signore non me lo imputi a presunzione e mi assista nel compiere i nuovi gravi doveri che proprio non ho cercato! A Lui mi affido con tutta semplicità e fiducia, cercando di imitare il Patriarca Abramo il quale, invitato da Dio a mettersi in viaggio, «partì senza sapere dove andava” (Eb 11,8). Ma spero anche in voi. Spero che non mi lascerete solo… Non si tratta di amare “a parole e con la lingua, ma con i fatti per davvero» (1Gv 3,18). E’ amore che si estende a tutti, anche ai più lontani e ai più poveri, e mira a che questi non solo abbiano di più, ma siano, pensino e contino di più là dove uomini decidono i destini di altri uomini”.

Raramente si può trovare un’espressione più efficace nel descrivere in che cosa consista “l’opzione preferenziale” per i poveri che caratterizza il messaggio evangelico. Giovanni Paolo I ne ha acutamente colto il significato testimoniandolo con la sua vita prima che con il suo magistero.

I tratti propri della sua fisionomia – temperamento, talenti e limiti compresi, vicende biografiche…– sono stati afferrati da Cristo e resi parte di un disegno che, compiendo la sua umanità, continua a renderla feconda per la Chiesa a favore di tutti i fratelli uomini

“I concetti creano gli idoli. Solo lo stupore conosce” scriveva Gregorio di Nissa. Con il progressivo riconoscimento della santità di Albino Luciani, la Chiesa lo mette davanti agli occhi di tutti.

                                                            Angelo Scola