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CARISSIMA SACRA FAMIGLIA,

bentornata! Ormai è un po’ una consuetudine che, nella notte santa, mi fermi un po’ a dialogare con voi tre, che siete la Sacra famiglia. Così, dopo questo avvento, nel quale ho cercato di dare spunti per la riflessione sulla vita di coppia e della famiglia, come ho saputo e potuto, vorrei come sempre fermarmi a parlare a voce alta con voi. Voi che siete il centro della nostra contemplazione, del nostro affetto e della nostra preghiera. Lo è soprattutto Gesù Bambino e che, per questo, ho collocato nel nostro tempietto sopra il tabernacolo. Certo, forse qualcuno avrà da dire che questa collocazione ha poco a che vedere con quella storica di Betlemme, che è sempre difficile ricreare nella sua essenzialità. Eppure c’è qualcosa che richiama Betlemme che, come sappiamo, vuol dire “casa del pane”. Vorrei infatti che tutti capissero, lo dico anzitutto a Te, Gesù Bambino carissimo, che tu sei quel pane di vita che tutti possiamo incontrare e ricevere, e che è lì nel tabernacolo che è sotto di te. Quindi la tua collocazione mi pare che suggerisca già una meditazione: noi celebriamo il tuo prezioso Natale per dire però che ti incontriamo nel pane di vita che è l’Eucarestia.

CARO GESU’ BAMBINO,

vorrei proprio iniziare a dialogare con te sui nostri figli, adolescenti e giovani, che sono il cuore delle famiglie, come, del resto, lo è qualsiasi figlio. Quest’anno scelgo di partire da questa età, perché vedo non pochi problemi e perché spero che parlando ai presenti nei primissimi minuti del mio intervento, mi possano ancora ascoltare! Caro Gesù bambino, a me sembra che i nostri ragazzi e ragazze siano bellissimi, simpatici, pieni di risorse. Eppure, caro Gesù, ho la sensazione che qualcosa non vada bene. Specialmente dal tempo in cui è iniziata questa interminabile pandemia per la quale, te lo dico subito, mi pare che tu faccia un po’ troppo poco!

Mi pare, caro Gesù, di essere di fronte a ragazzi adolescenti generosi, che però devono sempre essere stimolati e coinvolti ogni volta da capo, se no rischi di non vederli più e di perderli. Mi pare ancora, caro Gesù bambino, che i nostri adolescenti siano chiusi in sé stessi, credano fin troppo poco nelle loro possibilità, non osino più di tanto e, spesso, mi pare che siano pieni di paure, di senso di solitudine che sfogano con rabbie improvvise e comunque devastanti quando poi non sfociano in contesti di violenza inauditi o di pericolosa devianza.

Mi pare, caro Gesù bambino, che i nostri giovani, anch’essi pieni di risorse, di talenti, gente con la quale stai bene insieme per il tempo che ti è concesso, ci stiano dicendo che non hanno proprio voglia di avere a che fare con i mondo degli adulti. Mi pare che ci dicano che è meglio rifugiarsi nella tecnologia piuttosto che diventare grandi. Mi pare che non si interessino più di niente, se non infervorarsi in qualche battaglia per la salute del pianeta, per i diritti civili di tutti gli uomini, oltre all’immancabile interesse per la questione affettiva, anche se ormai declinato in modi personalistici, terreno sul quale non ti lasciano il minimo spazio per una proposta o per un confronto. Anche la vita in famiglia spesso diventa vuota e insignificante, con una presenza che, di fatto è poco più che un’apparizione nei momenti canonici e dove lo stile della rivendicazione ha sostituito il confronto e il dialogo.

Mi pare infine, caro Gesù, di avere di fronte giovani 30enni o giù di lì che hanno perso qualsiasi interesse per qualche sogno, per qualche progetto grande, per qualche cosa per la quale valga la pena di spendere la vita. Anche se sono inseriti nel mondo del lavoro continuano a frequentare gli stessi posti di quando avevano 16 anni. Spesso sono soli. Uomini, perché ormai tali sono, tristi. Donne che pensano solo alla carriera, alla provocazione esasperata, ad un esibizione di sé che, francamente, imbarazza.

Come sai, lo spazio per il dialogo è pochissimo: loro  non frequentano la tua casa dove sono io e io ho smesso da tempo di frequentare muretti, piazzette e sai che bar e altri ritrovi, quando permessi dal colore delle zone, non sono il mio genere.

Ma lascerò che sia tu a parlare.

Ragazzi, giovani, adolescenti, perché non provate a pensare che il primo vostro compito è proprio la custodia dei desideri? Natale è anche questo: l’espressione di desideri grandi. Lo dice la parola. “De-siderum”, cioè qualcosa che deve portare alle stelle. Il desiderio è questo: qualcosa di grande, che non può essere contenuto nello spazio di una chat, nelle storie di un social, tantomeno può trovare rifugio e forza nelle parole di qualche canzone, se possiamo ancora chiamare così ciò che ascoltate!

Ragazzi, adolescenti, giovani e giovani adulti, imparate a ricordare che la vita è vocazione, cioè dinamismo tra una chiamata e una risposta. La prima chiamata è quella alla felicità, che riguarda tutti. Imparate che a darvi sicurezza non saranno egoismi e chiusure, ma solo il rimboccarsi le maniche ed accettare le sfide, anche grandi, come è stato in ogni tempo. Imparate che solo diventando adulti e cioè responsabili di voi stessi e degli altri in una relazione autentica e vera, troverete ciò che vi manca. Relazione autentica e vera. Questa è la chiave per uscire dalle chiusure che mortificano la vita.

Grazie Gesù bambino. Ti lascerò dormire un poco, mentre voglio parlare con tuo padre.

CARO SAN GIUSEPPE,

vorrei parlare un po’ con te. Abbiamo appena terminato l’anno a te dedicato. Abbiamo cercato di onorarti nelle tue feste e di solennizzare tutto ciò che ti riguarda e di cui siamo in possesso nella nostra comunità. Immagino che tu sia molto indaffarato. Starai sistemando la grotta come puoi, cercando di fornite il conforto necessario alla tua giovane sposa. Forse avrai spostato mille cose che, come sempre, ingombrano i luoghi più reconditi delle case. Lo sappiamo: le grotte di Betlemme erano luoghi dove si metteva un po’ di tutto, cibo, animali, ma anche, come sempre, cianfrusaglie di ogni tipo. Mi pare di vederti salire nella casa che sarà stata sopra o nelle vicinanze della grotta, sicuramente di un tuo parente, che ti avrà concesso quanto a noi sembra poco e sconveniente ma che, invece, ci ricorda la povertà, l’essenzialità del luogo dove molti, compreso tuo Figlio, nascevano a quel tempo. Ti vedo indaffarato ma non oberato, ti vedo pronto a rispondere a Maria ma non nella frenesia, ti vedo preoccupato come deve esserlo un papà che sta accudendo un figlio – e che Figlio! – per la prima volta.

Caro Giuseppe, quanta differenza con le nostre famiglie, specie quelle giovani! Sai, mi pare che, nella ripresa che è balenata in questi mesi e della quale tanti parlano a mio avviso con un’evidente esagerazione, tutto pare ritornato non solo come prima, ma, forse, addirittura peggio di prima. La frenesia la fa da padrona ancora una volta e, forse, c’è anche un po’ di gusto di rivalsa, quasi che dobbiamo riprenderci quello che ci è stato tolto. Mi pare, caro Giuseppe, che la frenesia tolga tempo per gli affetti. Lo dico a te, Giuseppe, perché mi pare che siano di più gli uomini a soffrirne e, al tempo stesso, a causare questa situazione.

A te che hai edificato le “mura domestiche”, ovvero a te che ti sei sempre dato da fare per vivere con Maria, con Gesù, con i vostri parenti, in un contesto sereno e tranquillo, devo per altro dire che anche molte mura domestiche della mia città non sono affatto luogo di serenità o di sicurezza. Anche da noi ci sono molte mura domestiche che nascondono drammi. Forse, per qualche fortuita coincidenza, non siamo ancora finiti sui giornali, ma in alcuni casi che conosco, mi viene da dire che poco ci manca.

A te che sei stato in grado di formare la tua famiglia con quel poco che avevi, devo infine confidare che oggi si fanno sempre più severe e difficili le condizioni per creare una famiglia. Quanta fatica, Giuseppe, per parlare del matrimonio secondo la Verità rivelata da quel Figlio che hai atteso e che oggi nasce! Quante resistenze! Quante parole!

Ma lascerò che sia tu a parlare.

Giovani famiglie, uomini, donne che non ne avete ancora formata una e che vivete, però, come se foste una famiglia, imparate la virtù della mitezza.

È la mitezza che ricompone le liti, i drammi, le difficoltà. È la mitezza che permette di fermare quel contesto di conflittualità latente che, altrimenti, rischia di sfociare in violenze, dai molti nomi e volti. È la mitezza che vi aiuterà a decidere che fare una famiglia, cioè entrare nell’ottica di una donazione stabile e duratura, è l’unico antidoto per uscire da quell’orizzonte grigio in cui, viceversa, ci si rifugia. Il diritto ad essere felici c’è. Però questo diritto non passa mai per la via della sopraffazione, dell’egoismo, della superficialità, del male fatto o accettato come se nulla fosse. È solo la mitezza che guarisce queste ferite e che previene dal male che può derivare da scelte sbagliate.

Grazie, caro San Giuseppe. Ti lascio alle tue mille occupazioni e, se non la disturbo troppo, parlerei volentieri con Maria.

CARA MARIA,

chissà come ti sei sentita in quel momento in cui hai dato alla luce Gesù. Noi lo collochiamo e lo pensiamo di notte, ma non ne sappiamo poi molto! Chissà come ti sei sentita quando, per la prima volta hai visto Gesù, o cos’hai pensato quanto te lo hanno posto in braccio, o quando lo hai allattato per la prima volta. Chissà quante volte ti sei chiesta: e adesso? Come lo faccio crescere? Come lo educo? Come lo allevo? Ne sarò capace? Sai, Maria, io credo che moltissime famiglie di oggi si facciano, in fondo, le stesse tue domande, quando sono nella tua condizione. Mi pare anche che, quando sono passati un po’ di anni e si iniziano a vedere i primi risultati, magari molti si domandano: dove ho sbagliato? Come tu saprai benissimo, qui è tutto un po’ uno scaricare le responsabilità sui diversi soggetti educativi. La famiglia sulla scuola e viceversa; la famiglia sulla chiesa e viceversa; la famiglia sulle società sportive e le agenzie educative del tempo libero e viceversa. Ammesso poi di trovare educatori che vogliano essere tali. Perché a me pare che spesso, anche nella chiesa, abbiamo persone generose che danno un po’ del loro tempo, ma guai a chiedere qualcosa in più! Sai, Maria, per quanto poi attiene alle relazioni tra agenzie educative, siamo tutti un po’ folli. Invece di parlare, di confrontarci, di decidere insieme, ci affidiamo ai protocolli. Oggi non interessa più come si fanno le cose, dove si vuole portare un ragazzo, quali contenuti è bene trasmettere. Tutte queste cose non interessano più quasi a nessuno. Basta che ci sia un protocollo. Basta che ci sia un foglio, dove si parla di obiettivi incomprensibili, inclusione sociale, pari opportunità, diritti dei soggetti… Poi, basta. Se hai il protocollo, le cose possono andare come di fatto vanno. Tanto la responsabilità non è mai di nessuno. Basta che tu ti appelli al protocollo.

Ma lascerò che sia tu a parlare.

Genitori, insegnanti, allenatori, educatori anche degli oratori, ricordatevi che c’è una alleanza educativa che è meglio dei protocolli e che è la partecipazione alla vita comunitaria, religiosa, civile, delle associazioni, dei movimenti…  ricordate ed imparate che la sicurezza di una famiglia non dipende dal suo sentirsi forte e protetta perché al riparo da ciò che potrebbe accadere, ma dipende solo dalla relazione. È solo nell’alleanza educativa, è solo in una relazionalità ampia che cresce la possibilità di educare al bene, al vero, al bello, al giusto.

Ricordatevi che solo una vita onesta è una vita degna di essere vissuta. Solo dove si coltivano i rapporti e si tende all’onestà si giunge a creare qualcosa che non è fragile e che sfida ogni tempo.

Grazie Maria e, come sempre, ti lascio un poco riposare.

CARISSIMA SACRA FAMIGLIA,

se è lecito chiederei anch’io un dono. Vorrei che quest’anno dedicato alle famiglie, ci vedesse protagonisti di una nuova relazionalità che, pur nella fatica del tempo, fosse vera opportunità per far crescere tutti. Vorrei che questa relazione tra la Chiesa, gli adulti, i giovani, gli adolescenti, i ragazzi, suonasse come qualcosa di nuovo, come un’opportunità da cogliere, come un’offerta irresistibile. Vorrei che tutti, non solo nella notte di Natale, entrassero in una relazione con quel Figlio che voi, Maria e Giuseppe, ci donate, per essere da Lui arricchiti, salvati, sanati.

Sacra famiglia di Nazareth,
sostieni le nostre famiglie.

Guida i ragazzi, gli adolescenti, i giovani
ad una nuova relazione con Gesù,
origine e centro di ogni vocazione.

Sostieni i giovani adulti
che si aprono a nuove stagioni di vita
perché vivano i valori del Vangelo.

Guida i genitori, perché,
forti di nuove alleanze educative
riscoprano la bellezza di aprire vie
grandi e vere per i loro figli.

Sostieni gli sposi, perché vivano il loro amore
come fonte di santificazione.

Proteggi i nonni e gli anziani,
i malati, le persone sole
e chi una famiglia non ce l’ha:
tutti possano sperimentare il tuo conforto.

Sacra Famiglia di Nazareth,
veglia su di noi.