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Forse in questo Natale non siamo venuti in Chiesa come gli altri anni, con gioia, con viva attesa per la giornata che abbiamo di fronte (o che abbiamo ormai vissuto). Non possiamo negarlo: è un Natale diverso.

Una terra umiliata.

Forse possiamo prestare attenzione alle parole del profeta Isaia, che, all’inizio della prima lettura, diceva: “in passato il Signore Dio umiliò la terra di Zabulon e la terra di Neftali”. Per tanti aspetti, credo, anche noi ci sentiamo così, come una terra umiliata.

Siamo terra umiliata perché veniamo da un anno in cui abbiamo visto diversi segni di umiliazione che non possiamo scordare e che le immagini rimbalzate su ogni televisione o mezzo di informazione hanno impresso indelebilmente nella mente. Le immagini degli ospedali pieni e dei medici o del personale ospedaliero stremati; le immagini delle bare che se ne vanno senza nessun conforto su carri militari; le immagini di uomini e donne completamente irriconoscibili a causa delle protezioni che si prendono cura di altri uomini e donne anziani che hanno dovuto vivere isolati, dietro vetri, vedendo i parenti raramente e solo attraverso barriere. Le immagini di città vuote, anche le città nobili, o superbe, gloriose del loro lavorio ininterrotto come la nostra Milano ci hanno parlato di una terra umiliata. Le immagini dei giovani che non studiano a scuola, ma da casa, interrompendo quella bella armonia e anche goliardia degli anni giovanili.

Siamo terra umiliata perché conosciamo più da vicino il senso della solitudine che tutti abbiamo sperimentato e che abbiamo visto maggiormente acuito in diverse categorie di persone anche nella nostra città: i nostri vecchi, i nostri malati, i nostri morti.

Siamo terra umiliata perché abbiamo visto le nostre chiese vuote per mesi, i nostri oratori chiusi per mesi e in parte ancora lo sono. Abbiamo visto le nostre piazze vuote, i nostro raduni disertati. Abbiamo conosciuto ciò che non conoscevamo da tempo: le file fuori dai negozi come la chiusura di quegli esercizi che, abitualmente, sono il punto di ritrovo delle nostre vite, delle nostre esistenze sociali.

Siamo terra umiliata perché non siamo più liberi di muoverci come vogliamo, di invitare chi vogliamo quando vogliamo, ma, per prudenza, tutti dobbiamo cercare di fare la nostra parte per evitare rischi inutili ed esposizioni pericolose.

Siamo terra umiliata!

Il popolo che camminava nelle tenebre…

Tanti ancora si rivedranno in questa immagine di popolo che cammina nelle tenebre, anche se crede che queste tenebre siano luce.

Abbiamo creduto che la tenebra dell’egoismo fosse luce. Abbiamo pensato che pensando solo a noi stessi potessimo vivere sicuri e felici, e così non è stato.

Abbiamo creduto che la tenebra del benessere ad ogni costo fosse luce. Abbiamo pensato che solo stando bene noi, tutto fosse a posto, e così non è stato e ci siamo dovuti ricredere, in una pandemia che coinvolge tutto il mondo e che ci ha riportato di colpo in una situazione che, per noi, era un fatto da leggere in un libro di storia.

Abbiamo creduto che la tenebra dell’esclusione fosse luce. Abbiamo cercato cose esclusive, per noi e basta. Scuole esclusive, lavori esclusivi, vacanze esclusive… Esclusive, appunto! Abbiamo escluso molti e molte cose dall’orizzonte del pensiero.

E abbiamo dovuto scoprire di colpo che queste luci non erano altro che tenebre. Ci siamo trasformati in popolo che cammina nelle tenebre.

Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse…

Il credente non si ritrova davanti a Dio per lamentarsi. Non entra in una chiesa per dire che tutto è tenebra, per dire che si è ingannato, per dire che vive in una terra umiliata. Se il credente si sente terra umiliata davanti a Dio, se il credente si accorge di camminare nelle tenebre che ha creduto luce, è per sentire la voce di Dio che lo chiama ad altro, che lo tira fuori dall’esperienza che vive per riportarlo in un’altra esperienza. Noi siamo qui per fare come quei credenti antichi che ascoltavano il profeta e per lasciarci dire: “su coloro che abitavano nelle tenebre una luce rifulse”. Noi siamo uomini e donne nei quali deve abitare la sapienza della speranza, noi siamo uomini e donne nei quali deve essere sempre vivo il desiderio di ascoltare una voce diversa, che non solo chiama a riflettere sulla vita, sul tempo, sulle esperienze, sui fatti che capitano nella storia. Noi siamo qui per ascoltare quella voce che risveglia la fede, che illumina la speranza, che permette ad un cammino di ritrovare una meta. Noi siamo qui per sentirci dire che una luce c’è, o per sentirci dire che una luce brilla, per conoscere questa luce che c’è e che brilla e, possibilmente, per seguirla.

Non temete, vi annuncio una grande gioia

Noi siamo qui per lasciare che risuoni il messaggio del Vangelo ai pastori: “vi annuncio una grande gioia”. La gioia non viene dalle cose che passano, dalle cose che mutano, dagli eventi che non possono fare altro che lasciare il passo ad altri eventi. Noi siamo qui per lasciare che sia il Signore a dirci che Lui è la luce, Lui è con noi, Lui brilla per noi. Noi siamo qui per udire non una novità, ma per fare nostro un messaggio che risuona da secoli, che è vecchio di secoli, ma che fino a quando non risuona dentro di noi, non illuminerà noi, non consolerà noi, non trarrà noi fuori da quella terra umiliata dove la tenebra è stata scambiata per la luce.

Oggi nella città di Davide è nato per voi un salvatore che è il cristo Signore.

Ecco l’annuncio, ecco il centro del Natale, ecco la voce che tutti noi siamo qui ad udire e che vogliamo fare nostra. Voce che dice a noi che se vogliamo uscire dalle tenebre dell’egoismo della ricerca del profitto ad ogni costo, del benessere, abbiamo bisogno di Cristo, che è, come diceva San Paolo VI, “l’unico e necessario salvatore”.

Tu ci sei necessario

Io vorrei che, in questo Natale, tutti fossimo qui a dire: Signore, tu ci sei necessario! Non necessario per sopportare una situazione che ci pesa, non necessario per dare un senso a ciò che abbiamo visto in questi mesi, non necessario per trovare una svolta e tirarci fuori da una situazione che, umanamente ci pesa troppo.

Cristo ci è necessario per vivere. Cristo ci è necessario per essere, per esistere, per continuare ad essere.

Perché sia Natale…

Cristo ci è necessario perché sia Natale. Abbiamo passato troppi Natali mettendo anche Cristo nella scena, ma preferendo altre cose, create da noi, cercate dalla nostra volontà, appaganti solo per quelle aspettative umane che ogni uomo è ben giusto che abbia, ma che non possono essere il tutto della vita.

Ora dobbiamo scoprire tutti e di nuovo che solo Cristo ci dona quella sapienza di vita che appaga.

Quella sapienza di vita che è ricerca del bene, che è apertura all’altro, che è inclusione, che è condivisione, che è vicinanza, che è riscoperta delle relazioni, che è aiuto fraterno e reciproco e molto altro ancora. Quella sapienza che è Cristo che si incarna per noi, vive con noi, accompagna ciascuno di noi. Questa è la sapienza di vita alla quale vogliamo attingere in questo Natale.

Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama. Allora, e solo allora, scopriremo di essere ancora e sempre uomini amati da Dio. Allora, e solo allora, scopriremo che, come uomini amati da Dio, abbiamo il compito di portare tutti all’unico e necessario Salvatore che è il centro dell’universo e della storia. Allora e solo allora comprenderemo che gli uomini amati dal Signore vivono alla luce di quella Sapienza incarnata che rischiara ogni cosa, anche la terra umiliata, anche la tenebra che lascerà spazio alla luce.

È questa la sapienza che auguro a tutti di vivere, perché sia davvero e di nuovo Natale.