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Avvento 2020.

Seconda settimana.

Seguendo la scansione già pubblicata la settimana scorsa, dopo la sapienza del saper leggere i segni dei tempi, eccoci ad un secondo ed importantissimo tema: ottenere la sapienza che viene dalla consolazione di Dio che si attua nella confessione.

Reazioni.

Si può essere consolati dalla confessione? Non è questo il Sacramento nel quale, piuttosto, ci si accusa dei peccati? Credo profondamente alle parole che sento da molti: non so come confessarmi…; non so più quali sono i peccati…; che senso ha confessarmi se poi ripeto le stesse cose…; perché dovrei confessarmi se, poi, vedo che la gente fa più o meno quello che faccio io…; che bisogno ho di un sacramento se posso intendermi io con Dio… Obiezioni che sono nella mente di molti e per le quali occorrerebbe una catechesi intera per poter almeno tentare di rispondere.

La parte lesa. 

Se abbiamo parole come queste nella mente è, però e a mio avviso, perché vediamo Dio come un giudice giusto che deve giudicare le nostre azioni. Ci sentiamo un po’ come in un tribunale e ci viene spontaneamente da reagire al giudizio di un altro… Forse non abbiamo ancora capito che Dio non è il “giudice”, ma, piuttosto, la “parte lesa”.  Con il peccato, infatti, noi tutti rendiamo Dio insignificante, è come se dicessimo a Dio che non centra niente con la nostra vita; sminuiamo il suo amore che, forse, non riusciamo nemmeno più a percepire o nel quale rischiamo di non credere più; mettiamo Dio in situazione di marginalità rispetto alla nostra vita e rispetto alla vita del mondo. Più che suscitare il “giusto giudizio di un giudice implacabile”, con il peccato mettiamo Dio ai margini, fino, al limite, ad escluderlo dalla nostra vita. È Lui la parte lesa!

La centralità della confessione. 

Ecco, allora, la sapienza della confessione, che non è solamente un momento nel quale “diciamo” i nostri peccati, ma è più ancora un momento nel quale, dialogando con il Sacerdote, richiediamo a Dio di entrare in pieno nelle nostre vite, chiediamo a Lui di tornare ad essere il centro della nostra vita e della nostra fede. A poco servirebbe un dialogo sulle nostre mancanze come potremmo anche fare raccontandoci ad un altro uomo: centrale nella confessione è l’assoluzione, cioè quella potenza di grazia che libera dal peccato e che solleva dal peso della colpa.

Un’esperienza di grazia. 

Ecco perché ogni confessione dovrebbe essere un’esperienza di grazia, un momento di incontro con la misericordia di Dio. Un momento dal quale si esce gioiosi e grazie al quale si ri-incomincia un’esperienza di vita diversa, segnata da quell’amicizia con Dio che rende detestabile il peccato, ma amico il peccatore; desiderata la grazia da suggellare, poi, nell’incontro con l’Eucarestia; chiara la professione di fede nel Dio dell’amore che invita sempre  a ricominciare da capo senza scoraggiamenti e senza abbattersi.

Una sapienza da vivere. 

Propongo a tutti, in questo tempo prima di Natale, di accostarsi così alla confessione, lieti di correre incontro al Dio della misericordia che ama farsi carico del peccato dell’uomo per trasformarlo in momento di grazia e di vita. Sapienza è anche sapersi avvicinare al natale programmando la propria confessione.

Il vostro parroco,